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Quando il tufo racconta la Storia e le storie del ventre di NapoliDentro la Galleria Borbonica: viaggio underground tra rifugi bellici e cisterne plurisecolari


di Fabrizio Apostolo

foto di Joanna Michalak

La Storia pulsa nelle viscere, nel sottosuolo. Quella di Napoli, innanzitutto, gloriosa capitale ieri, oggi straordinario capoluogo. È una storia lunga, fatta di epoche, di persone, di mestieri e di tecniche esecutive. Tecniche di scavo, essenzialmente, dentro i “vulcanici” tufo e piperno e, come vedremo, di manutenzione di cisterne e pozzi centenari. Se vogliamo trovare un modo per raccontare il rapporto tra l'essere umano, segnatamente homo faber, e il sottosuolo, secondo un approccio che è antico e nuovo ad un tempo (basti pensare all'opera di divulgazione di buone pratiche sotterranee di una realtà mondiale come l'ITA, l'International Tunnelling Association), non sbagliamo a entrare nel ventre di una metropoli come quella partenopea, che nel maggio scorso, peraltro, è stata sede ospitante del World Tunnel Congress 2019, evento ITA e SIG, la Società Italiana Gallerie. Tra i tour collaterali al congresso, vi è stata anche una visita alla Galleria Borbonica, uno dei siti della Napoli sotterranea, quell'incredibile reticolo di cavità, attraversamenti, pozzi, scalinate, ponti underground e ardite gallerie che si è stratificato nel tempo, contrappuntandolo e generando storie a non finire.

Foto Gallery: le meraviglie del sottosuolo partenopeo

 

 

La cosiddetta Galleria Borbonica era, va premesso, un complesso passaggio sotterraneo progettato dal noto architetto Errico Alvino e fatto realizzare da Ferdinando II di Borbone dal 1853 al 1855, ma mai completato. Il suo obiettivo: garantire una via sicura al sovrano, ancora “scottato” dai moti del 1848, e alle sue guardie. Il punto interessante che quel “sistema infrastrutturale” si trovò da un lato ben presto a intersecarsi con percorsi di vario genere molto più antichi, per lo più di origine secentesca e settecentesca, e dall'altro sarebbe stato testimone di una serie di cambi di destinazioni d'uso, per così dire, di vani e ambienti che forse un'intera enciclopedia non basterebbe a illustrare.

Andarci per credere. Come abbiamo fatto noi, del resto, lo scorso dicembre. Il punto di partenza della nostra visita, condotta insieme alle impeccabili e appassionate guide dell'Associazione Culturale Borbonica Sotterranea (per info www.galleriaborbonica.com) è stato il Palazzo Serra di Cassano a Monte Di Dio, quartiere anche noto come Pizzofalcone, acquistato dalla famiglia di commercianti genovesi Serra nel XVII Secolo e ampliato nel secolo successivo. È tristemente nota la vicenda di uno degli eredi, Gennaro Serra, che nel 1799 partecipò alla Rivoluzione Napoletana e fu decapitato, a seguito dell'avvento della controriforma “sanfedista”, nel cuore di piazza del Mercato, evento che fece prendere al padre Luigi la decisione di tenere sempre chiuso, in segno di lutto e protesta, il portone principale della dimora (due sole le eccezioni: un gran ballo “olimpico” nel 1960 a cui parteciparono Achille Lauro, la Callas, Onassis e i reali di Grecia, e il 200° anniversario della morte del giovane nel 1999).

 

Dal rifugio al deposito

 

Qui, nel cortile del palazzo, campeggia un pozzo che fino ai primi anni Duemila veniva usato come “discarica”, dal momento che rappresentava il collegamento superficiale con le antiche cave utilizzate per l'estrazione del tufo all'epoca della costruzione e ampliamento del palazzo. Gli ambienti recuperati si collegano direttamente con la Galleria Borbonica di cui abbiamo detto, “riscoperta”, per così dire, dal geologo Gianluca Minin nel 2005 e aperta al pubblico nel 2010 grazie al lavoro incessante dei volontari. Due anni più tardi, lo stesso Minin “bucando” (debitamente autorizzato) il pavimento di una residente, scoprì il nesso underground tra la Galleria e il mondo sottostante Palazzo Serra, restituendo a napoletani e visitatori un percorso di incredibile suggestione fruibile dal 2015.

Dal pozzo del cortile di Palazzo Serra si arriva oggi, così, alle cosiddette “cisterne”, una serie di ambienti che raggiungono la profondità di circa 40 m dove tra l'altro negli anni della Seconda Guerra Mondiale trovarono rifugio migliaia di napoletani. In quel periodo gallerie e vani furono anche dotati di servizi igienici e di un impianto elettrico installato dai tecnici dell'UNPA, l'Unione Nazionale Protezione Antiaerea, con risorse del Ministero dell'Interno e del Comune di Napoli. Su gran parte delle pareti e delle volte, inoltre, fu stesa della calce bianca con il duplice intento di evitare la disgregazione del tufo e di migliorare la luminosità di spazi che erano diventati pienamente “abitativi”. Queste case dentro le viscere furono vissute fino al 1947, dopodiché parte degli spazi vennero abbandonati, mentre il cunicolo della Galleria Borbonica vera e propria fu riconvertito in deposito giudiziale, funzione che detenne fino agli anni Settanta. Finì qui tutto quanto - in particolare auto, moto e biciclette - veniva recuperato da crolli, sfratti e sequestri. Alcuni degli oggetti recuperati sono stati messi in mostra in interessanti allestimenti, come quello sulla Seconda Guerra Mondiale nello spazio gestito da Interno A14 che un tempo ospitava la falegnameria di Palazzo Serra.

 

Il percorso della memoria

 

Ma torniamo nel sottosuolo, per l'esattezza in quello che è stato denominato il percorso “della memoria”. Quella di chi, per esempio, qui ha trovato scampo dalle bombe, dagli anziani ai bambini, fino a chi sotto queste volte ci è nato, come la signora Caterina, detta affettuosamente “Sirena”, nel senso di quella antiaerea. Camminando nei cunicoli ci si imbatte ancora nelle tracce di quella precisa epoca, dalla segnaletica muraria (come la scritta “RISERVATO”, ai militari) al telefono di servizio dell'UNPA. Ma la memoria, da queste parti, riesce ad andare anche molto più addietro, incuneandosi negli anni della costruzione non solo del palazzo, ma anche di edifici persino più antichi. Tutte opere ricavate da queste incredibili cave sotterranea dove veniva estratto il tufo, asportato con mani e scalpelli e tagliato a piccoli blocchi che venivano portati in superficie. Alla base di tutto, un pluricentenario acquedotto, ovverosia una grande vasca-cisterna risalente alla metà del XVI Secolo da cui il prezioso liquido veniva prelevato con anfore in terracotta dette “mummarelle”.

 

I leggendari pozzari

 

L'intero sistema veniva manutenuto dai “pozzari”, addetti decisamente malpagati che tuttavia conoscevano a menadito il modo di raggiungere le uscite dentro i palazzi, in genere nelle cucine. Prende origine da qui la tradizione partenopea del “munaciello”, il piccolo monaco che dà o toglie. I pozzari, infatti, erano in genere minuti e si aggiravano per il ventre di Napoli vestiti di mantello e cappuccio. Come si diceva, erano soliti prendere (per esempio cibarie o gioielli), ma anche dare (dispiaceri coniugali...). Oggi, a Napoli, quando si ritrovano monete dell'anno prima nel cappotto riesumato, si dice che è stato O' Munaciello (quello buono), mentre le perdite di vario genere vengono addossate al corrispettivo malevolo. Fuor di folclore, i pozzari erano dei bravissimi manutentori, che, per evitare eccessivi assorbimenti d'acqua nel tufo, si prodigarono persino di ricoprirlo con malta idraulica, dall'olio vegetale al cocciopesto, alla pomice. Le cose andarono così fino alla fine del XIX Secolo, quando l'acqua cominciò a inquinarsi e le epidemie si diffusero nella città. Oggi, il riscatto è completato e questi luoghi sono diventati un simbolo, più unico che raro, di efficienza, cultura e preziosissima memoria urbana.

 

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