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La manutenzione delle gallerieL'esempio della riqualificazione della soletta del tunnel autostradale del Monte Bianco


Proponiamo un estratto dell'articolo firmato da Pasquale Cialdini, segretario dell'Associazione del Genio Civile, pubblicato sul numero di leStrade 1-2/2019 e dedicato alla cruciale questione della manutenzione delle opere sotterranee

di Pasquale Cialdini

Nella mia carriera ho avuto modo di visitare/ispezionare numerose gallerie sia stradali che ferroviarie e, da ultimo, anche metropolitane e per dimostrare l’importanza e la necessità della manutenzione delle gallerie, tra le tante ho scelto il traforo del Monte Bianco  come “best practice”, anche se personalmente preferisco usare il termine ormai desueto, ma molto più appropriato, di “buon esempio”.

Il “Bianco” (11,600 km) è uno dei trafori stradali più lunghi del mondo e fin dalla sua costruzione era fornito di strutture e impianti molto particolari e importanti. Dopo il tragico incendio del 24 marzo 1999 dove persero la vita 39 persone, le dotazioni sono state ulteriormente incrementate e perfezionate in modo da garantire agli utenti una maggiore sicurezza anche in caso di incendio in applicazione di quanto previsto nelle 43 raccomandazioni contenute nel “Rapporto Comune” della Commissione italo-francese di inchiesta tecnico-amministrativa.

(descrizione)

L’8 marzo del 2002 il traforo è stato riaperto al traffico leggero e dall’8 aprile dello stesso anno è stato consentito progressivamente anche il traffico pesante (autobus e trasporto merci) che in questi ultimi anni ha recuperato i valori raggiunti prima del 1999 (poco meno di 600.000 veicoli merci/anno con una media giornaliera di oltre 1600 veicoli merci/giorno che rappresentano più del 30% del traffico totale). Fin dalla sua riapertura, il Traforo dispone anche della Gestione Tecnica Centralizzata (GTC), un sistema informatico che controlla e sorveglia permanentemente la galleria in tutta la sua lunghezza ed elabora dati provenienti da oltre 35.000 punti di controllo. Esso è in grado di rilevare le anomalie e di proporre all’operatore uno scenario di reazione dell’impiantistica che consenta in tempi rapidissimi di attivare la segnaletica adeguata, regolare la ventilazione, informare gli utenti (radio FM, PMV), dare l’allarme alle squadre di soccorso e comunicare con gli intervenienti esterni.

La gestione di un'infrastruttura così complessa ha richiesto anche la definizione di una serie di regole che hanno portato all’individuazione delle Condizioni Minime di Esercizio del traforo (brevemente CME), ovvero quelle condizioni di sicurezza che, se non rispettate, richiedono l’applicazione di misure compensative e, nei casi più gravi, comportano la necessità di chiudere il traforo fin tanto che non siano state ripristinate le condizioni ottimali.

Continua a leggere l'articolo sull'edizione sfogliabile di leStrade Febbraio 2019

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